Una fede che rimette insieme i pezzi. (Atti 17, 21-34)

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21 Ora, tutti gli Ateniesi e i residenti stranieri non passavano il loro tempo in altro modo che a dire o ad ascoltare novità. 22 E Paolo, stando in piedi in mezzo all’Areopago, disse: «Ateniesi, vedo che sotto ogni aspetto siete estremamente religiosi. 23 Poiché, passando, e osservando gli oggetti del vostro culto, ho trovato anche un altare sul quale era scritto: Al dio sconosciuto. Orbene, ciò che voi adorate senza conoscerlo, io ve lo annuncio. 24 Il Dio che ha fatto il mondo e tutte le cose che sono in esso, essendo Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo; 25 e non è servito dalle mani dell’uomo, come se avesse bisogno di qualcosa; lui, che dà a tutti la vita, il respiro e ogni cosa. 26 Egli ha tratto da uno solo tutte le nazioni degli uomini perché abitino su tutta la faccia della terra, avendo determinato le epoche loro assegnate, e i confini della loro abitazione, 27 affinché cerchino Dio, se mai giungano a trovarlo, come a tastoni, benché egli non sia lontano da ciascuno di noi. 28 Difatti, in lui viviamo, ci moviamo, e siamo, come anche alcuni vostri poeti hanno detto: “Poiché siamo anche sua discendenza”. 29 Essendo dunque discendenza di Dio, non dobbiamo credere che la divinità sia simile a oro, ad argento, o a pietra scolpita dall’arte e dall’immaginazione umana. 30 Dio dunque, passando sopra i tempi dell’ignoranza, ora comanda agli uomini che tutti, in ogni luogo, si ravvedano, 31 perché ha fissato un giorno, nel quale giudicherà il mondo con giustizia per mezzo dell’uomo ch’egli ha stabilito, e ne ha dato sicura prova a tutti, risuscitandolo dai morti».32 Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni se ne beffavano; e altri dicevano: «Su questo ti ascolteremo un’altra volta». 33 Così Paolo uscì di mezzo a loro. 34 Ma alcuni si unirono a lui e credettero; tra i quali anche Dionisio l’areopagita, una donna chiamata Damaris, e altri con loro.

Le novità sono attraenti, ci fanno sentire alla moda, più vivi. Vale per tutti, non solo per le persone che si trovano ad Atene al tempo di Paolo: cerchiamo continuamente cose nuove. Per istinto? Per noia? O, forse, perché siamo alla ricerca perenne di qualcosa di migliore, di risolutivo?

L’elemento della novità è quello che incuriosisce gli ateniesi a cui Paolo si trova a parlare. Questo nuovo oratore, arrivato da poco e da lontano nel centro della vita pubblica e del business della città, non vuole inondare i suoi ascoltatori con parole che non li riguardano: vuole davvero comunicare con loro, e si ricorda che per comunicare occorre avvicinarsi, osservare, e toccare da vicino. Vogliamo le novità, ma quello che ci manca è sapere di essere stati visti! “Io ho visto – dice Paolo – che siete persone molto rispettose e attente. Tanto che avete tenuto conto anche dell’ipotesi che esista un Dio a voi sconosciuto”. Questo aspetto della religiosità che viene fuori dalla sua osservazione della città di Atene serve a Paolo per fare il primo passo nel parlare del Dio di Israele; e tutto quello che segue è la presentazione di una fede monoteista, di una fede in un solo Dio.

Il dio sconosciuto a cui avete voluto lasciare un posto, dice Paolo, è il Dio della creazione. Lo stesso Dio, che ha creato tutte le cose, è quello che ci ha donato la vita. Quello stesso Dio, ci chiama a conversione. A trasformazione. Quello stesso Dio, non è un Dio che ha bisogno di qualcosa da noi, ma siamo noi a ricevere da lui. Quello stesso Dio, è il Dio di Gesù Cristo. Quello stesso Dio, ha liberato dalla morte Gesù Cristo, e tutti noi. Un solo Dio, lo stesso.

Paolo insomma ricompone i pezzi di tutto ciò che esiste, e così facendo ricompone i frammenti in cui chi vive da politeista vede diviso il suo essere.

Nella religiosità dei politeisti ateniesi ogni ambito dell’esistente ha il suo Dio. Un dio del sole, una dea della terra, un dio del mare, un dio della guerra, una dea della sapienza… Déi spesso in lite fra loro,  con i loro protetti, con modi diversi di essere adorati, blanditi, comprati, in qualche maniera.   Ma il problema è questo: che succede al cuore dell’essere umano quando la sua anima è contesa tra una varietà di déi che non sono neppure tutti dalla stessa parte? Succede che tutto si frantuma, si disintegra. A volte questo non accade solo nell’Atene antica, ma può capitare anche qui, anche ora. Perduta di vista l’unicità di Dio, del Dio che ci ha creati, che dà la vita, che vuole il nostro bene e il bene dell’umanità, ci può accadere di tornare a farci lacerare da forme nuove e antiche di politeismo. Ci può accadere di lasciare governare i diversi aspetti della nostra vita da déi diversi, trovandoci senza rendercene conto a destreggiarci tra obbiettivi contrapposti. Oppure, ci può accadere di seguire un’etica differente, a seconda dell’ambito in cui ci troviamo: e così, alcuni princìpi li applichiamo nei rapporti con i nostri familiari; altri, diversi, quando si tratta di soldi: gli affari sono affari. Alcune verità le difendiamo in pubblico. Altre le viviamo in privato. Alcuni criteri valgono per me. Altri li applico agli altri.

Quando questo succede, la nostra integrità va in pezzi. Succede che le nostre forze le ritroviamo a tirarci in direzioni contrarie, a volte inconciliabili, senza che riusciamo a scegliere quale direzione prendere.

Eppure, c’è questo Dio sconosciuto. C’è questo Dio di cui sappiamo in fondo di aver bisogno. Questo Dio che non è lontano da ognuno di noi. Paolo annuncia il Dio vivo, che dà la vita, che ridona la vita, che rimette insieme i pezzi delle nostre esistenze impazzite. Questo permetterebbe di ritrovare la pace, di fare un po’ di sgombero del superfluo, ed è possibile perché quel dio sconosciuto ha deciso di farsi conoscere: di farsi presente, di essere lui a venire in cerca di chi lo stava cercando consapevolmente o no.

C’è un punto in cui la predicazione di Paolo viene interrotta. Gli ateniesi amano le novità, ma in fondo non le amano tutte! Le novità sono divertenti e stimolanti, sempre che non mettano troppo in discussione quello che è il consolidato, l’abituale. Il punto che non piace agli ateniesi è l’annuncio della resurrezione. Potremmo domandarci il perché proprio il tema della resurrezione sia così fastidioso per questa platea, ma un po’ lo possiamo immaginare: dopo tutto, la resurrezione è presentata in tutte le Scritture cristiane come la verità incompresa, creduta con fatica.

Al di là di questo, se consideriamo il modo in cui questo discorso di Paolo viene fatto, penso che possiamo imparare qualche cosa sul suo modo di testimoniare la sua fede. E’ vero che Paolo comincia “incarnando” la parola che vuole annunciare, cioè avvicinandola al contesto in cui si trova a parlare. Però non la addomestica del tutto. C’è qualcosa nel suo messaggio che non può essere tralasciato, altrimenti tutto perde significato.  Da qui possiamo vedere come ci perdiamo una parte importante della nostra relazione con Dio se tagliamo fuori il fatto che Dio ha potere anche su ciò che più ci spaventa, sulla morte. E tagliamo fuori una parte insostituibile della nostra fede se tagliamo fuori il fatto che Gesù è risorto e che quindi è vivo, ora, ed è luce, ora,  per tutti e tutte noi. Per questo, Paolo vuole annunciare tutto l’evangelo, tutta l’esperienza che lui ha di Dio. Senza tagli, senza censure che pure potrebbero rendergli le cose più comode, più digeribili, più spendibili sul mercato delle novità.

E un’altra cosa che si può imparare dal discorso di Paolo e da questo episodio è la tranquillità con cui parla con le persone. Perché quando le persone si stufano di ascoltarlo, Paolo non protesta nemmeno. E’ sportivo, potremmo dire. Se per oggi l’uditorio ha ascoltato abbastanza, va bene così. Questo un po’ ci sorprende, ma ci serve, anche. Serve anche a noi sapere che c’è il momento di capire quando la nostra parte l’abbiamo fatta, e lasciare che il Signore faccia il resto.

Infatti, quel giorno, il Signore fa il resto. Non tutti, non tutte credono a quello che hanno ascoltato. Ma qualcuno sì. Qualcuno sì. La verità di Dio ha una forza inarrestabile: c’è una parte dell’annuncio che ci è affidata, ma c’è una parte che cresce silenziosa, come i frutti sugli alberi. Così, quel giorno arrivano a incontrare il Dio di Gesù Dioniso, Damaris, e gli altri. E, posso immaginare, altre persone attraverso la loro testimonianza.

Ecco allora che cosa ha mostrato Paolo agli assetati e alle assetate di novità: una fede che rimette insieme i pezzi. Un Dio che ci dà la vita e che non si lascia mettere fuori uso dalla morte. Una parola che non vuole fare a meno di parlare di resurrezione. Una parola che non ha paura di non essere creduta, perché lascia che anche Dio faccia la sua parte.

Possa l’annuncio fatto ad Atene raggiungerci oggi. Che la presenza di Dio, quel Dio che a volte abbiamo cercato senza conoscerlo, quel Dio che non è lontano ma si è fatto vicino in Gesù Cristo, ci porti a ricomporre le nostre divisioni, esterne e interne a noi stessi. Che possiamo, ancora una volta, ricordare che Dio è uno, e ha il potere di mettere insieme i pezzi della nostra vita, per ridonarci un’esistenza risanata e in pace. Che la parola di Dio si riveli a noi nella sua forza, nella sua capacità di farsi strada nonostante tutto, anche in mezzo alle difficoltà e alla fatica. Amen.

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